Milena Milani

Un gentiluomo di campagna, che va a caccia ma ama gli animali, addirittura li fa diventare dei protagonisti nelle sue scultore: questo era Mario Porcù, sardo di origine, albisolese di adozione per libera scelta.

Si era creato un cliché di uomo chiuso ma con eccelse qualità. Una dote era quella di stare a proprio agio in un’Arca di Noè particolarissima dove soltanto alcune specie di bestie e di umani potevano salire. Su quella Casa della Salvezza, imbarcazione fittizia simbolica, hanno trovato scampo, con Porcù, alcune fanciulle e ogni varietà possibile di capre al pascolo, montoni, mufloni, cinghiali, tori, e la loro prole, anatre, civette, tutti animali dell’isola sempre sognata, sempre presente, quella Sardegna dei pastori misteriosi, innamorati delle stelle.

Tra i nuraghi, nell’atmosfera incantata degli dei scesi in terra, Porcù si trova benissimo anche se aveva oltrepassato il mare, conservando però una nostalgia quasi dolorosa per quanto aveva lasciato. Le bestie nell’Arca personale continuavano a restargli addosso, con gli occhi adoranti, il muso proteso, il naso umido, e quelle zampe lunghe, come disossate che lui aveva inventato nei bronzi, nei marmi, nelle terracotte. Parevano, quelle zampe, degli appigli inconsapevoli, degli approdi ai quali agganciarsi per rimanere soggiogati. Nel suo studio di Albisola, Porcù aveva edificato un regno privato, con bestie e ragazze, entrambe innocenti, quadrupedi e bipedi, senza peccato. Lui stesso era come un adolescente che si affaccia alla vita e vuole avere per sé un tempo incontaminato. Così rimaneva a lungo nell’atelier a lavorare, isolato dal mondo, protetto dal mondo, dalle sue lusinghe, dalle sue meschinità.

Gli animali, che concepiva nella sua arte, lo tutelavano, erano il suo scudo, il suo riparo. Le caprette, anche se agonizzavano (come in un celebre lavoro del 1976), avevano quegli abbandoni mansueti, quie rilassamenti di tutto il corpo senza forza, come cadessero non soltanto al fato ma a qualcosa di imponderabile che esse, però, accettavano senza ribellioni. Le lotte, le sorde guerre tra gli esemplari migliori di quello zoo mediterraneo, portavano sì alla fine ma essa era nobile, si giustificava come necessaria per la specie, per il suo rinnovamento, per il suo rafforzamento. Le dure esigenze della sopravvivenza stavano scritte nel destino di quel Bestiario.

L’interprete dell’inesorabile termine era Porcù, diventato lo storico, il cantore epico di quelle esistenze che si intrecciavano con la sua, e con quelle delle giovinette impuberi, mescolate all’Arca di Noè degli animali.

Le bestie avevano di solito le teste protese, i colli allungati a cercare l’aria e le carezze, il tocco di una mano amica, quella dell’uomo, spesso carnefice ma a volte compagno, nelle lunghe notti solitarie, con il gregge sotto la luna o nell’oscurità fonda. In quei periodi, lontanissimi nel tempo, anche Porcù sognava con i suoi animali, addormentati nel nudo terreno, lui accovacciato tra le sue creature dal fiato caldo, dai teneri corpi e gli afrori inconfondibili.

Era naturale, quando diventò un maestro nella scultura, ricreare le forme intuite nell’infanzia, nella giovinezza, modellare le capre gravide con le pancie tese, e poi i loro figli, i caprettini appena nati, barcollanti ma già intrisi di realtà, partecipi di un mondo di pietre e di erba, inseriti nelle competizioni quotidiane.

 C'era sempre la morte in agguato, una presenza cupa e inevitabile, tra subdole contese, quelle dei cinghiali che si azzannavano, dei tori pronti a combattere, dei mufloni ignari di ciò che poteva succedere, delle civette a occhi aperti nel buio, delle anatre quasi casalinghe, di tutta una fauna che può diventare domestica se l'uomo, padrone assoluto, sa trovare in sé una luce di bontà, di comprensione nei riguardi di quell'universo che gli dà da vivere, con il nutrimento. Ma l'uomo è sordo, l'uomo va avanti per la sua strada, ha timore di apparire debole, vuole essere crudele a tutti i costi. Allora un cacciatore come Porcù carica sulle sue spalle lo strazio degli animali feriti o uccisi.

Li rifà come li vede lui, li idealizza in quegli aneliti, lascia le loro forme, li accarezza mentre li scolpisce, e quando il suo lavoro di interprete è terminato, ecco quelle povere bestie assurgere a una nuova identità e dignità, come esseri di una società senza macchia, senza orpelli, senza menzogne, rivelati nella loro interiorità, nella loro essenza.

Un bestiario in cui respira l'anima, in cui c'è la parola, c'è la poesia, e anche la disperazione.

Noe è uno scultore pagano, Mario Porcù, ma cristiano, religioso, un anacoreta che invece di vivere in una grotta, fuori dal mondo, abita in un paese civile, Albissola, ma se ne astrae, perché della piccola Atene di Liguria (come io la definii in un mio testo) ha preso la parte spirituale, come si fosse abbeverato a una sorgente d'acqua distante dalla società dei consumi, dall'arrivismo consueto, dagli intrighi di potere. Di quella sorgente lui seguitava a nutrirsi, ma ce l'aveva in se e non lo sapeva. Oggi noi che celebriamo il suo talento, incominciamo a capire quale fosse la sua verità di uomo, quale il suo messaggio, dolcissimo e forte insieme, il bisogno della solitudine ma anche la malinconia dell'inascoltata richiesta di amore che i suoi simili non intuivano. Si, certo, Porcù possedeva l'orgoglio dei sardi, mescolato alla mitezza dell'atteggiamento, ma i due contrastanti sentimenti potevano non essere compresi. Tuttavia esistevano le opere, il cosmo della scultura come testimonianza di una vocazione alla quale era debito in maniera assoluta e totale.

Qualcuno si cospargerà il capo di cenere, per non averlo intuito e valorizzato mentre Porcù era in vita , dandogli il posto che gli spettava in campo artistico. Davanti ai nostri occhi, si apre la visione lucente degli animali e delle adolescenti che lui amava, di quell'Arca primordiale che li ha portati in salvo, oltre l'oblio. Come nella Grotta di Betlemme c'erano umili bestie e pastori a riscaldare il Salvatore, queste sculture di Porcù si prodigano con il loro fiato a intiepidire i nostri freddi cuori.

2002

Alessandro Signori
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